Abbiamo visto come la Place Identity descriva quella parte della nostra identità personale che si costruisce in relazione agli spazi fisici che abitiamo: un sistema stratificato di ricordi, emozioni, valori e significati. Questo meccanismo vale per la città, ma vale ancora di più per la casa, che è lo spazio di massima prossimità con noi stessi.
La casa è il luogo in cui siamo soli o in cui ci mostriamo agli altri nella nostra versione più autentica, in cui ci riprendiamo dalle fatiche del mondo. È, in tutti i sensi, il luogo in cui abitiamo il nostro io.
Se continuerai a leggere, capirai perché è importante che la Place Identity sia un elemento centrale anche nella progettazione della tua casa – e anche in parte della tua identità!

Place Identity: lo “stile” non esiste. Esiste la tua identità.
Quando un cliente mi dice “vorrei una casa in stile nordico” oppure “mi piace lo stile industrial”, la mia attenzione non va alla parola stile. Va alla persona che ho davanti.
Perché gli stili, in senso proprio, sono categorie storiche: il Barocco, il Razionalismo, il Brutalismo. Sono linguaggi architettonici nati in contesti culturali precisi, espressione di un’epoca, di un pensiero, di una visione del mondo. Applicarli come etichette decorative a un appartamento contemporaneo è un po’ come indossare un costume: può essere affascinante, ma non è la stessa cosa di vestirsi.
Quello che un cliente chiama “stile nordico” spesso non è un’estetica. È un bisogno: di semplicità, di ordine visivo, di materiali naturali, di luce. Quello che chiama “stile industrial” può essere il desiderio di autenticità, di spazi non patinati, di una certa crudezza che racconta qualcosa di vissuto.
Il mio lavoro, in quella fase iniziale del progetto, non è scegliere un registro estetico. È capire chi è quella persona.
E da questa domanda — chi sei? — nasce tutto il resto. Ma, come vedrai, :“Chi sei?” non è l’unica domanda che rivolgo quando progetto. Ce n’è un’altra ancora più potente, ma te la svelerò solo alla fine…

Cosa succede se manca la Place Identity nella tua casa
Gli spazi in cui viviamo devono farci sentire protetti e sostenuti nella nostra quotidianità, ma devono anche parlare di noi.
Uno spazio che non riflette la nostra identità non è semplicemente “brutto” o “scomodo”. È uno spazio che genera una sottile ma costante forma di disagio. Un attrito silenzioso tra chi sei e il luogo in cui vivi.
Può manifestarsi in modi diversi. Rientri a casa e invece di rilassarti senti una vaga inquietudine, senza riuscire a spiegarla. Non hai voglia di invitare persone: quello spazio non racconta chi sei. Tendi a frequentare solo uno o due angoli dell’abitazione, evitando il resto. Non ti prendi cura degli ambienti: non li pulisci volentieri, non li sistemi, non li arredi con attenzione.
Quest’ultimo punto richiama direttamente la dinamica della Broken Windows Theory che abbiamo esplorato nell’articolo precedente. Se un luogo non ti appartiene — se non ci vedi riflessa la tua identità — smetti di prendertene cura. E più lo trascuri, meno diventa tuo. Un circolo vizioso che, a scala domestica, incide direttamente sulla qualità della vita quotidiana.

Place Identity: se la casa parlasse alla versione migliore di te?
In questi anni è molto diffuso il tema della crescita personale, della consapevolezza, del desiderio di miglioramento. Io credo moltissimo nel cambiamento, adoro questi temi e sono iscritta alle Newsletter di tutti i migliori esperti in materia! Più di qualche volta ho letto che il miglioramento deve partire da dentro, ma essere supportato dall’esterno e, in quest’ottica, infatti, le persone che frequentiamo, gli ambienti che viviamo hanno un grandissimo impatto su di noi.
Questo è fenomeno è stato studiato recentemente con prove che mettono a confronto mondo reale e virtuale (si parla di Effetto Proteus, che vi invito ad approfondire in questo articolo divulgativo e in questo articolo di ricerca): è stato riscontrato che le persone adottano comportamenti e atteggiamenti sempre più affini all’ambiente che li circonda.
Quando sento il desiderio di migliorami penso sempre allo spazio che abito: come posso farmi aiutare dall’ambiente per diventare una persona migliore?
Può essere che il cambiamento che desidero sia relativo al mio lavoro e allora cerco di migliorare il mio spazio produttivo ispirandomi alle immagini di qualche grande Studio di Architettura. Per imitare? Non solo: per riuscire ad immaginarmi dentro ad una realtà che ritengo abbia certe caratteristiche che vorrei adottare nel mio comportamento.
Può essere che il cambiamento che desidero sia di tipo sociale: vorrei aprire la mia casa a incontri e cene più o meno formali. Allora immagino le persone di cui vorrei corcondarmi, immagino come potrebbe essere un momento tipico con loro (un aperitivo, una cena) e cerco di adeguare la parte della casa che aprirei a questo tipo di incontri.
Lo spazio in cui viviamo è un sistema attivo che dialoga costantemente con noi. Non è mai neutro. Il nostro cervello seleziona continuamente stimoli e lo fa in base a ciò che lo circonda. Non è solo una questione estetica, è una questione neurologica.
Poi non è detto che io effettivamente riesca a raggiungere quel cambiamento che desidero (perché dipende da tanti fattori), ma abitare in uno spazio predisposto ad accoglierlo, mi mette già nella possibilità di sentirmi parte di quel cambiamento.
Ciò che percepisco attorno a me, influenza i miei pensieri, che influenzano i miei gesti.
Per questo, tornando al mio modo di progettare: se la prima domanda è :“Chi sei?” la seconda è :“Chi vuoi diventare?“

Place Identity: conclusioni (?)
Sarebbe davvero riduttivo parlare di “conclusioni” a fronte di un tema vasto e profondo come la Place Identity: semplicemente metto un “punto e virgola” perché il tema è consistente, coinvolge la sfera del design e della persona e va “gustato” un poco per volta.
Preparati, quindi, perché a breve vedremo le applicazioni pratiche di questo argomento!